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19

apr
2016

In Pensieri in libertà

BASTA STRAFALCIONI

Cari colleghi giornalisti, io non ci sto ad assuefarmi alla logica del pressapochismo. L’uso di vocaboli sbagliati è sempre più patetico. È inutile fare la formazione continua (imposta dall’Ordine) se poi si persevera in errori da matita Rossa.

On 19, apr 2016 | No Comments | In Pensieri in libertà | By aldo

Anche i giornalisti sbagliano. Non ci sarebbe nulla da stupirsi, indipendentemente che il fatto sia compiuto in buona o cattiva fede. Quello che è patetico, almeno per una persona di media cultura, è il fatto che le inesattezze ripetute all’infinito, poi diventano talmente “normali” che l’errore, di fatto, sparisce. Per assuefazione.

Ecco tre esempi lampanti di giornalismo dilettante:

  • Chiamare i presidenti di regione “Governatori”
  • Definire l’attuale regime democratico “Seconda Repubblica” (o addirittura Terza)
  • Usare ed abusare del termine “Energie rinnovabili”

Questi termini, come è facile appurare, li ritroviamo quotidianamente su tutte, ma proprio tutte, le testate giornalistiche, sia esse tradizionali (carta stampata e radiotelevisive) che online.  Inizialmente questi termini venivano usati almeno inclusi in un “virgolettato”, significando sì una forzatura lessicale ma al fine di spiegare o semplificare un concetto. Poi con il passare del tempo, il virgolettato è sparito e termini come Governatore o Energie rinnovabili sono entrati di diritto nel lessico quotidiano anche delle persone, ignorando che si tratti di errori, non tanto grammaticali ma soprattutto sostanziali.

Andiamo per ordine.

Il termine Governatore è stato introdotto dai giornalisti (e non dai politologi) a seguito della riforma del titolo V della Costituzione avvenuta nel 2001, con la quale, tra le altre cose, si rafforzava il ruolo ed il peso politico delle Regioni, rispetto al testo originario della nostra carta costituzionale varata nel 1948.  A seguito di questa “devolution” effettivamente il capo dell’esecutivo regionale, cioè il Presidente della giunta, acquisisce uno status molto più importante rispetto al passato, ma questo non permette il fatto che possa essere chiamato Governatore. Infatti nessuna norma (o atto amministrativo) avalla questo termine.  La parola “Governatore” è stata coniata dai giornalisti per poter utilizzare un facile sinonimo della parola “Presidente della giunta Regionale” che è oggettivamente lunga. Peccato che tale sinonimo, da un punto di vista istituzionale e giuridico, sia uno strafalcione. Se uno studente di Diritto Pubblico (o diritto costituzionale o diritto amministrativo) lo utilizzasse durante un esame, verrebbe buttato fuori senza appello…

Il Governatore, per definizione, è un organo monocratico che esercita il potere esecutivo in un territorio non sovrano, ad esempio uno stato federato (ecco perché si usa ad esempio negli Stati Uniti, o per similitudine, in Germania, cioè Repubbliche federali), oppure nelle Colonie o nei territori occupati militarmente.  Ma le Regioni italiane tutto sono tranne che veri e propri Stati (o colonie o protettorati). Le Regioni sono enti locali sovraordinati, incardinati in uno Stato centralizzato che tale è rimasto nonostante la “devolution”. Ne risulta che sul territorio regionale, ad esempio, veglieranno pur sempre i Prefetti e i Questori che, in quanto organi periferici dello Stato, riceveranno disposizioni dal Governo di Roma e non certamente dal Presidente della Giunta regionale.  Oltre alle tematiche di pubblica sicurezza, c’è poi la questione del rapporto di forza tra Presidente, Giunta e Consiglio regionale. Secondo la nostra costituzione, l’organo di Governo della Regione è la Giunta, non il Presidente. Gli atti esecutivi (le delibere) vengono emanati dalla Giunta Regionale a maggioranza, non dal suo Presidente “monocratico”. Infine (ma si può continuare ancora molto) il Presidente della Giunta Regionale, a sua volta deve avere e conservare la fiducia del Consiglio regionale, altrimenti decade e si torna a votare. Un Governatore, invece, non deve sottostare a queste regole. Non sono differenze di poco conto. Anzi.

L’uso del termine Seconda Repubblica, anche questo di invenzione giornalistica, lo si deve all’instaurazione di un nuovo assetto politico a seguito dello scandalo di Tangentopoli (1992-1994) che portò al crollo e scomparsa del pentapartito e l’ascesa politica di movimenti come la Lega Nord e Forza Italia.

Ma questi fatti rappresentarono tuttavia un cambiamento all’interno del sistema politico, anziché un cambiamento del sistema politico,  in quanto la costituzione e le istituzioni repubblicane sono le medesime dal 1948, e il biennio 1992-1994 non si accompagnò ad alcun cambiamento costituzionale. Anche la sopracitata riforma del Titolo V della Costituzione (la devolution del 2001) non può rappresentare una modifica sostanziale alla Carta tale da poter avallare il termine Seconda Repubblica, in quanto non sono stati modificati, appunto, gli organi istituzionali. Si potrà invece parlare di Seconda Repubblica solo se e quando entrerà in vigore la Riforma voluta dall’attuale Governo Renzi (il cosiddetto “Ddl Boschi”), a seguito del referendum costituzionale del prossimo autunno. In questo caso infatti si vanno a modificare sostanzialmente le funzioni e le competenze degli organi istituzionali (si aboliscono le province e il CNEL, si declassa il Senato, ecc.).

E pensare che c’è anche chi dice che siamo già nella Terza Repubblica e semmai stiamo andando verso la Quarta (ad esempio nuove repubbliche vengono puntualmente paventate quando si cambia la legge elettorale, oppure quando nascono nuovi movimenti politici, vedi M5S, ecc.). Ma studiare un pochino, prima di aprire bocca, no?

Infine il termine Energie Rinnovabili. Mai come in questi giorni, durante la campagna referendaria sulle trivelle, questo neologismo è stato usato e abusato. Peccato che si tratti di uno strafalcione dalle proporzioni bibliche. L’energia non è – e non può essere – rinnovabile. Lo si deduce da una delle più fondamentali leggi della fisica, cioè il secondo principio della termodinamica, che secondo la formulazione di Kelvin-Planck viene definito come segue: «È impossibile realizzare una trasformazione ciclica il cui unico risultato sia la trasformazione in lavoro di tutto il calore assorbito da una sorgente omogenea». Per rendere più semplice questo enunciato, si può affermare che l’energia ad ogni successivo passaggio (utilizzo) si disperde in maniera non più utilizzabile, introducendo in questo modo il concetto di entropia. Quindi, semmai, l’energia si degrada e allora come fa a essere rinnovabile, che è il concetto opposto?

Sono le fonti ad essere rinnovabili, non l’energia! Sono alcune risorse naturali che possono essere classificate come rinnovabili (e spesso illimitate) per la loro trasformazione in energia (termica e/o elettrica), grazie alle proprie caratteristiche e peculiarità: le radiazioni solari, la forza meccanica dell’acqua o del vento, il potere combustibile delle biomasse, eccetera. Il termine corretto è quindi “fonti di energia rinnovabili”, oppure, “energia da fonti rinnovabili”. Se si toglie il sostantivo “fonti” dalla frase (per ragioni di spazio, per ignoranza, per negligenza, ecc.) si modifica il concetto della locuzione e quindi si fa un errore madornale. Uno studente di Ingegneria o di Fisica ci lascerebbe le penne….

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