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17

nov
2016

In Le mie pubblicazioni

A proposito di green economy e decrescita felice

Magari bastassero le buone intenzioni. Ecco perché “Ero Ambientalista”.

On 17, nov 2016 | No Comments | In Le mie pubblicazioni | By aldo

«Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi».  Questa frase è stata attribuita al padre della macroeconomia e uno dei più grandi economisti del XX secolo, John Maynard Keynes. A livello di critica ecologica sono due le principali correnti di pensiero per superare e/o migliorare il capitalismo: la green economy e la decrescita, che però neppure lontanamente sono parenti, anche se affascinano entrambe milioni di ambientalisti. Prendiamo ad esempio la questione energetica. Per la green economy il fabbisogno energetico delle persone e delle aziende va soddisfatto cercando il più possibile di sfruttare le fonti rinnovabili, per cui ben vengano investimenti in ricerca e sviluppo di queste tecnologie e ben vengano questi impianti.  Per la decrescita le rinnovabili sono considerate soluzioni riparative che si mettono in atto per evitare invece un’effettiva presa di responsabilità, diventa cioè un modo per evitare di cambiare i nostri comportamenti. La soluzione sarebbe ridurre e redistribuire i consumi, non solo trovare le alternative, che da sole non basteranno. Come si vede c’è una bella differenza di prospettive.

Come spiego nei vari capitoli del mio libro “Ero ambientalista – Dizionario impertinente sull’ecologia e dintorni” (Europa Edizioni, 2016), a meno che non si viva su un’isola deserta, le relazioni umane comportano un dispendio di energia e di materia che prescinde dal nostro comportamento individuale. Siamo oltre sette miliardi di persone su questo pianeta e più della metà aspira a ritmi e condizioni di vita simili ai nostri.  Questi hanno il ragionevole diritto ad una crescita economica che li possa condurre verso l’emancipazione e il miglioramento della propria qualità di vita. Ma se non gira l’economia non ci sono le risorse da destinare allo sviluppo propriamente inteso (istruzione, sanità, sicurezza, previdenza). L’economia ha le sue regole e di per sé non può essere ecologica, in quanto alla base c’è la produzione e quindi il consumo di risorse/energia.  Le materie prime sono limitate quindi l’economia mangia il futuro. Come fa ad essere verde? Perché inquina meno? Ma un’impresa ha lo scopo di fare profitto, quindi produrre al massimo delle capacità possibili, quindi inquinare/consumare di più (anche se, in proporzione, meno di prima). La dimostrazione è nei numeri: la dematerializzazione è un processo già in atto nella produzione industriale, cioè si riesce a produrre lo stesso bene impiegando meno materia prima. Le prime lattine per bibite da 33 cI, costruite in tre parti di acciaio avevano un peso di 50-60 grammi. Le prime lattine in alluminio in due pezzi avevano ridotto il peso a circa 20 g. ciascuna; oggi si è arrivati a 14 g. l’una.  Ma la produzione è aumentata nel tempo, raddoppiando, triplicando, con la nascita di nuovi mercati ma anche per l’espansione di quelli interni (ad esempio il consumo di bevande gassate negli USA è cresciuto da 22 galloni pro capite del 1970 a 54 galloni del 1998), per cui alla fine l’erosione delle materie prime e il consumo di energia è andato crescendo, non diminuendo (è il cosiddetto Paradosso di Jevons).

Le fonti rinnovabili, il riciclo dei rifiuti, la bioedilizia, il car pooling/sharing, l’agricoltura biologica, l’economia del web, sono tutti esempi di buone pratiche professionali e generatrici di reddito, funzionali a ridurre l’impatto della nostra esistenza.  Però bisogna anche che qualcuno nelle acciaierie ci lavori, altrimenti non si potrebbero costruire gli utensili e si tornerebbe a vivere con la clava. Come bisogna che qualcuno ci lavori nelle miniere, altrimenti l’iPad come funzionerebbe senza il lantanio o il litio? Qualcuno il lavoro sporco lo deve pur fare e siccome generalmente si tratta di “extracomunitari”, allora noi occidentali ci possiamo permettere di espandere la nostra economia in versione light, lasciando agli altri il dumping. Purtroppo anche la green economy non si può sottrarre a questa logica, perché inserita, anche funzionalmente, nell’ordine economico mondiale, rispettandone le regole e partecipando attivamente al tavolo delle trattative (attraverso le lobby). 

La green economy rappresenta l’ala migliorista del dibattito e si scontra con l’ala rivoluzionaria, rappresentata dalla “decrescita felice”, che seppur pacificamente, intende ribaltare il tavolo e proporre una nuova via per l’esistenza umana su questo pianeta.  Il concetto di decrescita è stato introdotto da Georgescu Roegen mentre l’appellativo felice lo dobbiamo invece a Maurizio Pallante (www.decrescitafelice.it), in linea con quanto professato dal ben più noto, a livello internazionale, Serge Latouche.  Non si tratta di una tesi ben definita, seppur basata sul concetto di economia ecologica, ma piuttosto sulla diffusione delle best practices, adozioni di stili di vita, buone intenzioni, insomma. La questione di fondo è il cambio di paradigma, la necessità di ridiscutere le regole del gioco e ridefinire le priorità e le scelte. Non è un caso che alla base del programma della decrescita ci siano otto R: Rivalutare, Ricontestualizzare, Ristrutturare, Rilocalizzare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. Ma anche qui, pur condividendone alcune tesi, mi sembra che non si voglia capire come gli aspetti positivi della “rivoluzione sorridente”, ad esempio lavorare (produrre) meno ed avere più tempo libero, mal si conciliano con le esigenze dei Paesi della periferia del mondo. Si può ipotizzare la decrescita felice standosene comodamente nel proprio studio all’università ma valla a spiegare al minatore di Chuquicamata (la miniera di rame a cielo aperto più grande del mondo, situata in Cile): se rallenta la produzione, si lavora meno ma si guadagna anche meno. Un professore universitario può ridursi lo stipendio, potrebbe anche lasciare la cattedra ad uno più giovane e godersi la pensione, ma se a un minatore gli riduci il lavoro e quindi il reddito, non avrà proprio niente di cui sorridere, perché il tempo libero guadagnato non lo può trascorrere facendo due passi sugli Champs Elysèes, ma nella baracca polverosa in mezzo al nulla. Il concetto di decrescita serena sembra radical chic.

http://www.toscana24.ilsole24ore.com/art/opinioni/2016-11-17/green-economy-decrescita-felice-104015.php?uuid=gSLAczBz5B

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