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06

ott
2008

In Le mie pubblicazioni

Fondo globale per i medicinali a basso costo, tra utopia e realtà

On 06, ott 2008 | No Comments | In Le mie pubblicazioni | By aldo

LIVORNO. «In un mondo ideale, la quantità di denaro che spendiamo in ricerche per prevenire o curare una malattia sarebbe proporzionale alla gravità della stessa e al numero di persone che ne sono affette. Nel mondo reale, il 90% del denaro speso per la ricerca medica si concentra su condizioni responsabili appena del l0% dei decessi e delle disabilità provocate complessivamente dalle malattie a livello mondiale».

Questo è il pensiero espresso da Peter Singer, docente di bioetica a Princeton al dibattito sulla creazione di un fondo globale per le medicine a basso costo, riproposto ultimamente ad Oslo durante i lavori della conferenza di Incentives for global health. In altre parole, sui morbi che provocano i nove decimi di quello che l`Organizzazione mondiale della sanità definisce “il fardello mondiale delle malattie” si concentra appena un decimo degli sforzi globali della ricerca medica. La conseguenza è che ogni anno muoiono milioni di persone per malattie ignorate dalla ricerca medica, mentre le compagnie farmaceutiche spendono miliardi e miliardi per elaborare cure per la disfunzione erettile e la calvizie. Ma per alcuni analisti è troppo facile dare la colpa alle compagnie farmaceutiche. Queste aziende possono giustificare lo sviluppo di nuovi farmaci solo prevedendo di rientrare dei costi attraverso le vendite. Se si concentrano su malattie che colpiscono gli individui benestanti o le popolazioni che vivono in Paesi dotati di servizi sanitari nazionali, avranno la possibilità di brevettare qualsiasi nuovo farmaco che scoprono. Per i 20 anni di durata del brevetto, avranno il monopolio della vendita del farmaco e potranno imporre un prezzo elevato.

Se le compagnie farmaceutiche concentrassero i loro sforzi su malattie che colpiscono solo soggetti non in grado di pagare prezzi elevati per i farmaci, non potrebbero aspettarsi di coprire i costi sostenuti per la ricerca, e ancor meno di realizzare profitti. Quindi il nocciolo del problema starebbe nel sistema, non negli individui che all`interno di quel sistema effettuano le proprie scelte.

Per ovviare a questo dilemma la Incentives for global health, organizzazione senza scopo di lucro diretta da Aidan Hollis, professore di economia all`Università di Calgary e Thomas Pogge, professore di filosofia e affari internazionali a Yale, ha lanciato una nuova, radicale proposta per modificare il sistema degli incentivi utilizzati per ricompensare lo sviluppo di nuovi farmaci da parte di grandi aziende del settore privato.

La proposta è che i governi contribuiscano a creare un “Fondo di impatto sanitario” da usare per ripagare le compagnie farmaceutiche in proporzione al contribuito offerto dai loro prodotti alla riduzione del “fardello mondiale delle malattie”.

Questo Fondo non sostituirebbe le leggi esistenti in materia di brevetti, ma offrirebbe un`alternativa ad esse. Le compagnie farmaceutiche potrebbero continuare a brevettare e vendere i loro prodotti come fanno adesso. Oppure potrebbero registrare un nuovo farmaco presso il Fondo, che fisserebbe un prezzo basso, basato sul costo di fabbricazione della medicina.

Invece di guadagnare vendendo i farmaci a prezzi alti, l`azienda riceverebbe una quota di tutti i pagamenti fatti dal Fondo nei dieci anni successivi. L`entità di questa quota sarebbe calcolata valutando il ruolo svolto dal farmaco nella riduzione dei livelli di mortalità e disabilità. Il bello di questo progetto è che fornisce una base economica al concetto che tutte le vite umane hanno lo stesso valore.

Registrando i loro prodotti presso il Fondo, le aziende guadagnerebbero, salvando la vita ai più poveri tra gli abitanti dell`Africa, le stesse cifre che guadagnano salvando la vita dei cittadini benestanti di nazioni ricche. Gli obiettivi potenzialmente più lucrativi diventerebbero quelle malattie che uccidono il maggior numero di persone, perché è in quel campo che un farmaco rivoluzionario produrrebbe il maggior impatto in termini di salute mondiale.

Hollis e Pogge calcolano che il Fondo avrebbe bisogno di circa 6 miliardi di dollari (4 miliardi di euro) all`anno per garantire alle compagnie farmaceutiche incentivi sufficienti a brevettare prodotti mirati a curare le malattie dei poveri. Per raggiungere questa cifra, basterebbe che quei Paesi che rappresentano un terzo dell`economia globale – cioè le nazioni europee, oppure gli Stati Uniti e un paio di piccole nazioni ricche – versassero lo 0,03% del proprio Prodotto interno lordo, tre centesimi ogni cento dollari che guadagnano. Non è una somma trascurabile, ma non è impossibile da raggiungere, tanto più se si considera che anche le nazioni ricche avrebbero il proprio tornaconto, grazie all`abbassamento del presso dei farmaci e a una ricerca medica concentrata sulla lotta alle malattie invece che sull`ottimizzazione dei profitti.

Questa idea sta fortunatamente trovando sostenitori anche all’interno delle case farmaceutiche, come anche dichiarato da Sergio Dompè, Presidente di Federfarma: «Il fardello mondiale delle malattie può essere portato soltanto insieme alle istituzioni internazionali, ai governi nazionali, ai centri di ricerca pubblici e privati, alle organizzazioni non governative, alle imprese del farmaco. Nessuno può farcela da solo. Per rendere disponibili nuovi farmaci sono necessari quasi 15 anni di studi e costi che possono superare il miliardo di euro. La ricerca è però ad alto rischio perché solo una sostanza ogni 5-10 mila supera con successo i test necessari per diventare un farmaco e solo tre medicine su dieci consentono di ammortizzare i costi. Ovvio, quindi, di fronte alla dimensione del rischio, il ruolo chiave dell`aspettativa di profitto nel guidare tali investimenti. La creazione di un Fondo internazionale guidato da una logica solidaristica e di necessità delle popolazioni rappresenta un approccio che, sono certo, tutte le imprese accoglieranno come una grande innovazione. Il fondo di solidarietà di cui parla Singer guarda al futuro».

Quello che tuttavia non è ancor chiaro è come i Governi dovrebbero finanziere tale fondo, attraverso un aumento della spesa (aumento del deficit) od un aumento delle entrate (nuove tasse)? Inoltre un dubbio sorge spontaneo: chi ci garantirà che la politica (tramite i governi nazionali) rispetti la promessa di finanziare annualmente il fondo? Basta vedere cosa succede con il fondo per la lotta globale all’Aids dove, solo per citare i soliti noti, Usa e Italia sono morosi da anni per centinaia di milioni di dollari.

Aldo Ferretti

http://greenreport.it/web/archivio/show/id/15856

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