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02

ott
2008

In Le mie pubblicazioni

Alta moda: non solo “Gomorra”, ma anche una moda sostenibile e solidale

On 02, ott 2008 | No Comments | In Le mie pubblicazioni | By aldo

LIVORNO. Se l’ecologia sta pian piano affermandosi su scala planetaria come nuova sensibilità verso un approccio sostenibile all’ambiente, e assistiamo ogni giorno a manifestazioni verdi anche nel mondo della moda – segnali pur sempre importanti, per quanto spesso unicamente business che cavalca l’onda – non ci stupirà sapere che il marchio francese g=9.8 ha proposto lingerie organica, prodotta con materiali riciclati. Un esempio, il reggiseno di fibre di pino.

E’ solo uno dei possibili interventi di recupero di piante per uso industriale, ma stamani ne sono stati presentati tanti durante un incontro promosso al Chimica Verde Expo (Zero Emission Rome – Fiera Roma). Dai coloranti naturali per inquinare di meno e rendere più belli i colori di ciò che si indossa, a fibre naturali che fanno bene alla pelle dell’uomo e che aiutano l’agricoltura offrendo nuove opportunità. In Italia esistono già degli accordi di filiera tra l’agricoltura e l’industria. Il 2009 sarà l’anno delle fibre tessili naturali. Nel mondo vengono prodotte diversi tipi di fibre naturali che contribuiscono in tutto alla realizzazione di 30 milioni di tonnellate all’anno delle quali il cotone è quella prevalente con circa 20 milioni di tonnellate, la lana e la juta con circa da 2 a 3 milioni di tonnellate ciascuna seguite da numerose altre. Non è un caso che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite abbia dichiarato il 2009 l’anno internazionale per le Fibre naturali.

«Le fibre naturali rappresentano una importante fonte di reddito per molti agricoltori nel mondo – spiega Luciana Angelini, dell’Università di Pisa – e pertanto possono contribuire alla sicurezza del cibo e ad alleviare la povertà; è per questo che da alcuni anni stiamo cercando anche in Italia di capire come mettere insieme i vari componenti della filiera (tessile e agricola) al fine di incentivare queste soluzioni». Se non fosse intervenuta la politica proibizionista di origine statunitense, anche la canapa avrebbe potuto avere un boom incredibile, data la sua versatilità industriale, competitività economica e appunto, sostenibilità ambientale.

Peccato che la lotta globale alla specie “indica” abbia anche distrutto le potenzialità della specie “sativa” (quella comunemente utilizzata a fini psicotropi), per cui le coltivazioni di questa pianta sono ridotte al lumicino. Questa è una (breve) panoramica sul versante della produzione. Ma sul versante del consumo, della domanda, del mercato, come stanno le cose? Può la moda, fenomeno effimero per eccellenza, rappresentare una forma di agire economicamente responsabile? Ciò che indossiamo è in grado di segnalare, oltre ai gusti e alle inclinazioni personali, anche le idee e i valori di riferimento della propria vita? L’abbigliamento, dunque, come manifesto ideologico?.

Sono queste alcune delle domande alla base del lavoro di ricerca di un’équipe del Centro per lo studio della moda e della produzione culturale dell’Università Cattolica di Milano. Lo studio ha messo in luce l’esistenza di tre filoni di “moda responsabile” che concretizzano alcune istanze etiche particolarmente sentite dai consumatori e dai produttori: 1) la moda dell’usato: che si ispira ai criteri della sobrietà, dell’anti-consumismo, del riciclo 2) la moda equa e solidale: in riferimento ai diritti dei lavoratori, all’esclusione del lavoro minorile, alla valorizzazione di tecniche artigianali locali, alla solidarietà verso persone svantaggiate. 3) la moda biologica: che riflette quell’universo valoriale che fa capo all’ecologia, all’ecosostenibilità, alla riduzione degli impatti ambientali. In realtà, fin dall’inizio della rilevazione, sono emerse interessanti e ricorrenti sovrapposizioni fra i tre filoni poiché le istanze “etiche” sono cosi ramificate e complementari che necessariamente portano alla produzione di capi che assommano in sé più di un requisito. Ad esempio i capi d’abbigliamento equi e solidali, prodotti nel Sud del mondo nel rispetto dei diritti dei lavoratori, sono anche, molto spesso, il frutto di tecniche artigiani non dannose per l’ambiente e confezionati con tessuti biologici. In altri casi alcuni prodotti, realizzati da cooperative sociali italiane che danno lavoro a persone in difficoltà, vengono realizzati secondo procedure tradizionali ed eco-compatibili. Infine, in altre realtà, le vendite di vestiti usati per bambini servono a finanziare progetti umanitari in paesi disagiati. Insomma, non solo Gomorra….

Aldo Ferretti

http://greenreport.it/web/archivio/show/id/15800

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