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07

ago
2008

In Le mie pubblicazioni

La rete delle cose, la sostenibilità della domotica e l´esperienza perduta

On 07, ago 2008 | No Comments | In Le mie pubblicazioni | By aldo

LIVORNO. Si chiama “internet of things”, la rete delle cose, la nuova frontiera della domotica (scienza che si occupa dello studio delle tecnologie atte a migliorare la qualità della vita nella casa e più in generale negli ambienti antropizzati), alla quale anche l’Onu ha dedicato uno dei suoi ridondanti rapporti (www.itu.int/osg/spu/publications/internetofthings). In un’intervista odierna di Repubblica a Gianluca Dini, docente di Ingegneria dell´informazione ed esperto di sistemi distribuiti all´Università di Pisa, si spiega che «Grazie alle reti di oggetti sarà possibile monitorare un ambiente con una rete di piccoli sensori, poco costosi e non ingombranti, inseriti in oggetti di diversa natura».

Tradotto in pratica, vuol dire che nei negozi avremo scaffali che faranno l´inventario istantaneo grazie ai sensori incorporati o merci soggette a deperimento con etichette che le monitorano in ogni momento. In casa, una rete di sensori che rileva la presenza di gas e connettendosi con il telefono avvisa immediatamente un numero di emergenza. Nel caso degli anziani poi, che possono avere difficoltà a digitare sulla tastiera del telefono, sarà possibile chiamare la persona che si desidera semplicemente accostando l´apparecchio alla fotografia di questa. O ancora, si potrà avere un telefono cellulare o altri strumenti wireless in grado di monitorare i parametri di salute e, in caso di emergenza, di attivare perfino la somministrazione di farmaci.

Tutto questo appare evidentemente utile e perfettamente in linea con la innata ricerca dell’uomo a produrre oggetti che gli “semplificano” la vita. Ma tanto entusiasmo e tanta ricerca non possono smentire alcune, banalissime e semplici considerazioni: tutta questa tecnologia applicata è davvero utile? Sostenibile? Logica?

Se entrare in una stanza e vedersi accendere la luce automaticamente, senza fare la fatica di spingere un interruttore, è ormai una cosa metabolizzata (e continuare a stupirsene ogni volta è da dinosauri), se alzarsi la mattina e trovare il caffè già pronto, servito dalla Moka tecnologica, sta diventando un must (come farne a meno…?), allora il frigorifero che si fa la spesa da solo sarà una questione di pochi anni (o addirittura mesi). Ma la questione di fondo rimane sempre la stessa. Tutte queste apparecchiature computerizzate sono alimentate da energia elettrica e comunicano tra loro attraverso segnali elettromagnetici.

Finché affidiamo loro semplici compiti, non rischiamo grandi conseguenze (credo che l’italiano medio sia in grado di farsi un caffè a prescindere dall’hi-tech) ma quando questi compiti sono più complessi allora il rischio cresce, e non sempre il gioco vale la candela. E’ l’esempio del sistema centralizzato, cioè di quando tutta la casa è in rete, quando gli impianti di illuminazione, di climatizzazione, idrico/sanitario, di telecomunicazione, di allarme e quant’altro viene coordinato a livello di macchina, di processore, di sensori. Se si verifica un inconveniente (dal banalissimo corto circuito domestico all’improbabile – ma non impossibile – tempesta elettromagnetica) si corre il rischio di non entrare (o uscire) di casa, di trovare la dispensa/frigo vuota, di non scaldarsi/rinfrescarsi, di non lavarsi, di non usare la tv, il pc, il telefono, ecc. Cioè la casa diventa un incubo. E se la nostra e le precedenti generazioni avranno nell’esperienza (o meglio chiamarla tradizione?) una via d’uscita, le nuove e le prossime generazioni come faranno a sopravvivere tra le mura domestiche in caso di interruzione di energia?

Aldo Ferretti

http://greenreport.it/web/archivio/show/id/14910

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