Image Image Image Image Image
Scroll to Top

To Top

18

mar
2013

In Le mie pubblicazioni

L’impronta ecologica… delle scarpe: meglio in pelle o in plastica?

On 18, mar 2013 | No Comments | In Le mie pubblicazioni | By aldo

In Sud America, soprattutto in Brasile, i bovini destinati alla produzione di carne e pelle sono la fonte di due terzi della deforestazione dell’Amazzonia. È questo il grido d’allarme lanciato dall’associazione  Green Flight Alert.  L’Amazzonia, che ospita il 10% delle specie animalie  vegetali conosciute in tutto il mondo, sta perdendo le sue foreste, principalmente nel raggio di 50 km dalle principali autostrade brasiliane, che hanno iniziato a far posto a pascoli per il bestiame. Il dato è ancora più allarmante se si pensa che ogni bovino necessita di uno spazio vitale di circa 1 ettaro per crescere. Ma oltre che per uso alimentare queste mandrie vengono allevate anche per utilizzarne le pelli, la cui dote ammonta a circa il 20%  del valore medio di un bovino.

Il fenomeno della deforestazione a favore dei pascoli è stato accentuato dalla riforma del Codice forestale, emanato nel 2012 dalla Presidente del Brasile Dilma Rousseff. Questo nuovo testo consente alle grandi aziende agricole di acquistare terreni e venderle pezzo per pezzo ai piccoli proprietari, soggetti a norme meno severe. Nonostante la legislazione nazionale, la deforestazione si muoverebbe ora al Cerrado, “la gemma dimenticata”  minacciata dall’immediata ripresa della deforestazione e verso la quale il bestiame viene spinto dagli allevatori.

Queste foreste pluviali sono “a poco a poco distrutte per fornire la pelle delle nostre scarpe”, si lamenta l’associazione ambientalista. Secondo il Consiglio Internazionale dei Conciatori (TIC), citato dalla ONG, quasi il 65% della pelle utilizzata nel mondo sarebbe infatti di origine bovina e di questa il 53% viene utilizzata dal settore calzaturiero e di cui il 30% per le tomaie di cuoio. E questo è un problema che ci riguarda da vicino, perché Italia e Francia sono i principali consumatori di calzature in tutto il mondo con 6,5 paia all’anno pro capite (Fonte Ministero Attività Produttive francese).

L’associazione ha lanciato proprio in Francia una campagna ai primi di gennaio di sensibilizzazione dei cittadini e ha sfidato i calzaturifici francesi “a reagire” impegnandosi a una maggiore trasparenza nella loro catena di fornitura al fine di garantire un livello “pari a zero di pelle derivante dalla deforestazione.” Una campagna simile era stata lanciata da Greenpeace nel 2009, dopo la pubblicazione della sua relazione sul “massacro del Rio delle Amazzoni.” Le risposte da parte di Timberland, Nike, Adidas, Geox, Clarks e Reebok non si fecero attendere, impegnandosi per tre anni a non rifornirsi di pelle dalla ditta responsabile di quel disboscamento.

Adesso Green Flight Alert, grazie ad una petizione di 26.000 cittadini,  è riuscita a convincere il gruppo Eram, leader nella produzione di calzature francese, e venti marchi tra cui Bocage, TBS, Gemo, Fabio Lucci, Texting, e Heyraud France Arno, di smettere di usare pelle proveniente dalla deforestazione in Amazzonia almeno fino al maggio 2015. In un comunicato, il gruppo Eram  ha detto di  “effettuare una verifica dei propri fornitori per determinare con precisione l’origine delle pelli utilizzate per la produzione delle sue scarpe e proibire loro di utilizzare pelle da aziende sotto inchiesta. Eram ha anche annunciato la sua partecipazione al Gruppo di lavoro sulla pelle nonché di adottare le procedure e le etichette LWG.

LWG è un multi-stakeholder (produttori, rivenditori, conciatori, fornitori, esperti tecnici), che riunisce ad oggi 50 marchi e più di 150 distributori e produttori di cuoio. Il comitato esecutivo è composto da tre concerie, tre marchi e una società chimica. La rete non rilascia la certificazione, ma fornisce consigli di buone pratiche ambientali per concerie e lo sviluppo di un protocollo di tracciabilità. Questo protocollo è esaminato da ONG come Greenpeace e WWF. Marchi come Timberland o la francese LVMH e Bata sono già membri della rete.

Se la LWG è attualmente una delle soluzioni per ridurre l’impatto della deforestazione sul settore, la difficoltà di rintracciare l’origine delle pelli utilizzate nella fabbricazione di prodotti persiste. Il “Supply chain” del settore è diviso in tre fasi: il recupero delle pelli di animali macellati, la loro trasformazione in concerie e preparati per la fabbricazione di articoli in pelle che vengono poi venduti. “Siamo in grado di sviluppare un processo di tracciabilità dalle concerie ma la parte più difficile è tra la macellazione e l’essiccamento”, ha detto Jean-Pierre Renaudin, Presidente della Federazione Francese di calzature (FFC), intervistato a tal proposito dal portale http://www.actu-environnement.com. La pelle brasiliana può infatti essere spedita in una fabbrica di conceria in India e Cina, che si trasformerà in scarpe di cuoio. La maggior parte dei marchi si affidano ai loro subappaltatori, che possono trovarsi in diversi continenti.

Tra l’altro la questione si complica ancora se si considera che in Asia la concia fa largo uso di sostanze chimiche tossiche e inquinanti (vedi i metalli pesanti come il cromo esavalente e il mercurio, fenoli ma anche ftalati, cianuro, acidi, sali … ), questione accentuata da quando  “nell’UE sono entrate in vigore le restrizioni a norma del regolamento REACH,” dice Renaudin.

Ma gli imprenditori calzaturieri non ci stanno a stare sul banco degli imputati. “Noi facciamo scarpe, non abbiamo responsabilità nella deforestazione a monte”, dice Renaudin. “L’agricoltura è principalmente destinata a fornire la carne. La pelle è il 4-5% del valore economico dello sfruttamento degli animali e non il 20% annunciato dagli ambientalisti. Allo stesso modo, solo lo 0,4% di tomaie di cuoio sono importate dal Rio delle Amazzoni. Ma questo non è dovuto ad una coscienza ambientale dei produttori ma dalle leggi di mercato. La domanda è più forte della produzione di cuoio e quindi c’è l’aumento dei prezzi”, dice Renaudin. Risultato: la tendenza principale è quella di diminuire la commercializzazione di calzature con tomaie di cuoio. In Francia l’importazione era il 33,5% nel 2006 ed è scesa al 27,6% nel 2010, a favore di calzature con tomaie di plastica e gomma (salite dal 30% al 38% tra il 2006 e il 2010), secondo la FCC.

Ma il sostituto della pelle e del cuoio sarebbe la plastica “derivata dal petrolio”, come pelle o similpelle in cloruro di polivinile (PVC) o poliuretano la cui impronta ecologica non è certo più virtuosa, basti pensare agli ftalati usati per ammorbidire la pelle artificiale in PVC. Sostituire la pelle bovina con il similpelle non è la migliore alternativa, fa notare giustamente Renaudin.  Infatti  la pelle “non è anti-ecologica in sé”, ammette Frédéric Amiel di Greenpeace ma rimane “un prodotto del nostro consumo”.

Aldo Ferretti

http://www.greenreport.it/_archivio2011/index.php?page=default&id=20961&lang=it

<< indietro