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11

dic
2013

In Pensieri in libertà

VOICE, EXIT, LOYALTY O GAME OVER?

A Stoccolma si inaugura il secondo termovalorizzatore, in Toscana si fanno le bizze anche per quei pochi previsti.

On 11, dic 2013 | No Comments | In Pensieri in libertà | By aldo

Si chiama Brista 2 il nuovo inceneritore di Stoccolma, per distinguerlo da Brista 1, che rimane una centrale a biomasse forestali (ma si sa, in Scandinavia giocano in casa….). La nuova unità termica, appena inaugurata, produce dalla frazione indifferenziata dei rifiuti urbani e speciali non pericolosi sufficiente calore per riscaldare un intero quartiere della capitale e riesce a far avanzare energia da rivendere sul mercato elettrico nordico.

La regione di Stoccolma produce 1,2 milioni di tonnellate di rifiuti indifferenziati, Brista 2 brucerà 240.000 tonnellate di rifiuti all’anno, che equivale al 20%, ma buona parte del resto (il 60%, pari a 700.000 tonnellate) viene già incenerita presso l’impianto di Högdalen, a sud della capitale, in funzione dal 1970. Il che equivale a dire che da oggi solo il 10% dei rifiuti indifferenziati va in discarica.

La capacità di produzione della nuova unità dell’impianto Brista 2 è di 60 megawatt (MW) di calore e di 20 MW di energia elettrica. La produzione annua di calore, circa 500 gigawattora (GWh), corrisponde alle esigenze di riscaldamento di circa 50.000 abitazioni di medie dimensioni. La produzione elettrica annua stimata di Brista 2 è di 140 GWh (anch’essa sufficiente al consumo medio di 50.000 appartamenti). L’impianto è stato costruito dalla multinazionale scandinava Fortum (che è anche co-proprietaria dell’impianto insieme con l’azienda municipalizzata dell’energia Sollentuna Energi).

E mentre in Svezia s’inaugura l’ennesimo inceneritore – e la sola Fortum ha dichiarato di averne in costruzione altri 4 nella regione scandinava – scendendo verso il sud del continente la situazione cambia radicalmente. In Italia il recupero energetico dei rifiuti non ha mai avuto un grande appeal, diciamolo. Però anche qui bisogna fare dei distinguo. Nel Nord del Paese gli impianti si sono costruiti senza particolari tensioni (ad esempio l’ultimo in ordine di tempo, quello del Gerbido a Torino, ha visto una forte pressione dei cittadini, ma all’interno di un lungo e costruttivo processo partecipativo) mentre scendendo verso lo stivale si vede prevalere la contestazione tout court dell’incenerimento

Albert Hirschman, considerato uno dei più grandi politologi del Novecento, nel 1970 pubblicò un libello di poche decine di pagine. S’intitolava Exit, Voice, and Loyalty. La tesi era semplice. Di fronte a qualcosa che non va, a una situazione che non ci piace, abbiamo tre opzioni principali: andarcene (EXIT), adattarci (LOYALTY) o farci sentire, provare a cambiare le cose (VOICE).

Riportando il ragionamento alle cose domestiche di noi toscani, proprio la settimana scorsa molti comitati e attivisti hanno sfilato (pacificamente) lungo un corteo di circa 1.000 persone contro l’inceneritore di Case Passerini, previsto nella piana fiorentina (che dovrebbe avere più o meno la stessa capacità di smaltimento e di recupero energetico del nuovo “cugino svedese”), mentre sulla costa viareggina altri comitati hanno messo in discussione addirittura la serietà dei report dell’ARPAT circa l’impatto ambientale e sanitario dell’inceneritore di Falascaia, senza dimenticare che sulla costa maremmana i locali comitati hanno intentato perfino una class action contro l’impianto di Scarlino.

A prima vista le legittime proteste dei comitati contro l’incenerimento rappresentano un’opzione di VOICE, e fermo restando che siamo tutti d’accordo sulla gerarchia dei rifiuti imposta dalla direttiva europea (98/2008/CE), c’è una cosa che risalta agli occhi di osservatori esterni (per non dire neutri). A Stoccolma, come a Torino, per citare gli esempi ricordati, si è scelto l’opzione LOYALTY. Ma gli interessi dei comitati di Firenze nel non volere l’inceneritore di Case Passerini si scontrano, gioco forza, con gli interessi di chi non vuole le discariche. Infatti, buona parte dei rifiuti del capoluogo di regione va a finire a Podere Rota, in provincia di Arezzo, dove c’è un comitato che contesta la discarica: se non si costruisse l’inceneritore, si manterrebbe lo status quo, quindi a “soccombere” sarebbero gli interessi degli aretini. Se Case Passerini venisse costruito, invece a “soccombere” sarebbero gli interessi dei fiorentini. Lo stesso esempio vale anche per gli altri inceneritori contestati, il cui venir meno farebbe ingrassare – inevitabilmente – qualche altra discarica toscana. E si sa, ovunque c’è un impianto, c’è un comitato.

E qui la questione si complica ulteriormente. Infatti non riguarda solo gli inceneritori e le discariche, ma le proteste coinvolgono anche gli impianti di recupero materia, come quelli per il compostaggio e per il trattamento meccanico biologico (TMB), come le vicende di Capannori dimostrano. Ma salendo ancora più su nella gerarchia, troviamo anche chi contesta le isole ecologiche, le piattaforme di selezione e stoccaggio, e così via (come dimostra la quotidiana rassegna stampa sull’argomento). Allora che senso avrebbe fare la raccolta differenziata se poi tutti gli impianti a valle non sono graditi? E che senso avrebbe fare l’educazione ambientale nelle scuole, spingere per il “porta a porta” e inneggiare alla strategia rifiuti zero se poi ogni campanile fa la propria, personale, battaglia contro? Insomma, più che di VOICE, qui sembra proprio che l’opzione scelta sia quella di EXIT, sperando che non ci porti al GAME OVER.

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