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19

nov
2013

In Le mie pubblicazioni

La grande muraglia verde nel Sahara: 8mila km di biodiversità per difendere il suolo

Onu: «Ma non stiamo combattendo il deserto, non sta avanzando»

On 19, nov 2013 | No Comments | In Le mie pubblicazioni | By aldo

Eppur si muove: undici paesi della regione del Sahara (Gibuti, Eritrea, Etiopia, Sudan, Ciad, Niger, Nigeria, Mali, Burkina Faso, Mauritania e Senegal) si sono uniti per combattere il deterioramento del territorio e riportare il paesaggio alle sue verdi origini. Negli ultimi anni, l’Africa settentrionale ha visto un inesorabile declino della qualità dei seminativi a causa dei cambiamenti climatici e della cattiva gestione del territorio. L’impoverimento del suolo (sia a causa di pratiche agricole sbagliate, sia per effetto di siccità) rappresenta una seria minaccia per la produttività agricola, la sicurezza alimentare e la qualità della vita. In nessun luogo questo problema è più urgente che nell’Africa sub-sahariana, dove si stima che 500 milioni di persone vivano su terreni sottoposti a desertificazione, la forma più estrema di degrado del territorio.

Unendosi sotto la bandiera dell’iniziativa “Grande Muraglia Verde”, lanciata dalle Nazioni Unite, i dirigenti nazionali e regionali del Sahel sperano di invertire questa tendenza. Il tutto nasce presso la sede della Convenzione delle Nazioni Unite contro la desertificazione a Bonn, in Germania, nel febbraio 2011. La Banca Mondiale e altre organizzazioni focalizzate sullo sviluppo globale e l’ambiente forniscono sostegno finanziario e tecnico. Per Jean-Marc Sinnassamy, rappresentante del Global Environment Facility (GEF) la partnership rappresenta un’opportunità unica di lavorare in tutta la regione con una solida base politica: «Qui abbiamo visto i leader politici, capi di stato, ministri di diversi paesi che vogliono lavorare su questioni ambientali comuni e di voler affrontare i problemi di degrado del territorio insieme. Per noi  questa è una benedizione politica. Dobbiamo rispondere a questa domanda e dobbiamo capitalizzare questi buoni propositi».

Il grosso del lavoro sul campo è stato originariamente previsto per essere concentrato lungo un tratto di terra da Gibuti, sulla costa orientale, fino a Dakar, in Senegal, a ovest, per una distesa di 15 chilometri (9 miglia) di larghezza e 7.775 km (4.831 miglia) di lunghezza. L’iniziativa utilizza un “approccio integrato di paesaggio”, che permette ad ogni paese di affrontare il degrado del suolo, i cambiamenti climatici e la mitigazione, la biodiversità e della silvicoltura nel suo contesto locale.

«Stiamo lavorando con la terra, che è la base di sostentamento in queste comunità. Stiamo lavorando con le persone a ottimizzare la qualità del suolo, che migliora la resa delle colture e, a sua volta, la produzione agricola e la qualità complessiva della vita in comunità. Ogni paese partecipante ha i propri obiettivi individuali  che comprendono la riduzione dell’erosione, la diversificazione del reddito, aumentando la resa delle colture e migliorando la fertilità del suolo. Si immagina un mosaico di paesaggi sub-sahariani».

Molti media però hanno lanciato il progetto solo come una vasta operazione di rimboschimento e di un tentativo di fermare l’espansione verso sud del deserto del Sahara. Ma al GEF ci tengono a sottolineare due aspetti distorti di tale percezione. La prima è che l’iniziativa della grande muraglia verde è molto più variegata e non si può relegarla alla sola piantumazione di una cintura di alberi in tutto il continente.

«Dietro il nome o il marchio di Grande Muraglia Verde  – dice Sinnassamy – le persone diverse vedono cose diverse. Alcuni hanno visto solo una striscia di alberi da est a ovest, ma questa non è mai stata la nostra visione. In Niger, Mali e Burkina Faso la rigenerazione naturale gestita da agricoltori ha dato grandi risultati. Vogliamo replicare e graduare questi risultati in tutta la regione. È  possibile ripristinare alberi di un paesaggio e ripristinare le pratiche agroforestali senza piantare nuovi alberi».
La seconda percezione sbagliata è che il deserto del Sahara non sia, in effetti, in espansione. «Non stiamo combattendo il deserto – dice ancora l’esperto delle Nazioni Unite – Nella maggior parte delle aree su cui stiamo lavorando in questi 11 paesi, il deserto non avanza. Il Sahara è un ecosistema molto stabile. Naturalmente, ci sono alcune aree ai margini – per esempio in Senegal, Mauritania, Nigeria – dove ci sono alcuni movimenti di sabbia. Ma dal punto di vista geografico, nel tempo il deserto è stato relativamente stabile in questo settore».

Dopo aver trascorso un anno intero in pianificazione, elaborazione strategica e costruzione di partnership con le agenzie del territorio, il grande progetto sta cominciando a segnalare i primi risultati positivi. I 2 miliardi di dollari di bilancio, derivanti in gran parte dalla Banca Mondiale e al cofinanziamento e partenariato promossi dall’Unione Africana, sono una buona rassicurazione  per  i paesi partecipanti sulla disponibilità degli strumenti per vedere il progetto arrivare a buon fine.

E’ già partita in Senegal la piantumazione di oltre 50.000 ettari di alberi. La maggior parte di questi sono una specie di autoctona di acacia, che ha anche un valore economico per la produzione di gomma arabica (è usata principalmente come additivo alimentare). Una piccola parte degli alberi sono anche da frutto: una volta raggiunta la maturità, aiuterà a combattere gli alti livelli di malnutrizione nelle aree rurali del paese.

Ancora più interessante è il potenziale impatto sociale del progetto, anche con risvolti sulla sicurezza. Ci sono importanti miglioramenti delle opportunità economiche in Mali che possono aiutare a contenere il terrorismo nel paese, dove la fame e la povertà hanno aggravato un picco di estremismo politico e religioso.

Aldo Ferretti
 

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